CI SIAMO ANCHE NOI (tutt’altro che la festa della donna)
Parlando dell’otto marzo stiamo scegliendo di correre il rischio di essere annoverate nella “volgar schiera” di tutte quelle persone che celebrano la Donna in una data in cui l’essenziale è rappresentato da elenchi di ristoranti e discoteche nei quali si sceglie di festeggiare l’evento con cene e spogliarellisti vari, dimenticando o ignorando del tutto il classico perché delle cose.Al di là dei controversi accadimenti storici che hanno istituito questa celebrazione, la natura di questo evento deve assumere particolare rilievo in un tempo in cui ci fanno credere di aver raggiunto il culmine dell’uguaglianza dei diritti tra l’uomo e la donna. Uguaglianza e diritti apparenti, che la società italiana legifera e conferma, ma che non ci convincono e sottraggono dal chiederci cosa ancora manca e cosa realmente ci serve.
Ecco, quello che non c’è è tanto grave quanto semplice: l’applicazione pragmatica di ciò che si proclama, un progetto che tenga conto dei cambiamenti che la legge, nel corso degli anni, ha imposto e che sappia cancellare i preconcetti che da sempre esistono e sono duri a morire; che sappia prendere in considerazione la donna come persona, come protagonista della società e partecipe della comunità secondo i modelli ampiamente superati dalle proposte della società civile.
La “ Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” proclamata dall’Assemblea nazionale Costituente nell’agosto del 1789 che denuncia la mancanza di libertà delle donne e chiede il riconoscimento di una serie di garanzie ed opportunità che rendano effettivi i principi della Rivoluzione anche per loro, è rimasto un testo scritto nel pieno della Rivoluzione Francese che mai nessuno ha preso in considerazione sin dall’inizio. La storia, gli eventi, la realtà odierna ci sottopongono continuamente a scenari in cui nulla è cambiato da allora e che noi donne facciamo finta di non vedere.
La battaglia dell’otto marzo deve essere quella di chiedere una svolta a chi decide di continuare a ignorare, a non ascoltare e a non vedere che nella società mondiale, europea e italiana, se considerate, veniamo sempre al secondo posto.
Donne, è a voi che dedichiamo queste righe: non rassegniamoci all’idea di essere riverite, amate, considerate per un giorno solo: non siamo le principesse delle favole che, il giorno dopo, perdono le scarpette, il principe e gli abiti regali. Non solo oggi, ma tutti i giorni della nostra vita dobbiamo ancora pensare che tutto quello che facciamo con costanza e puntualità sia rispettato e riconosciuto; dobbiamo smetterla di credere che, se da piccole abbiamo giocato con le bambole, le pentole e la cucina, dobbiamo continuare a farlo per sempre e possiamo fare solo quello; non dobbiamo credere più al principe azzurro cui dovevamo concederci e restare sottomesse per la vita; dobbiamo finirla di rimanere indignate davanti ad uno stupro letto sui giornali e non capire che siamo continuamente vittime di giochi sporchi.
Soprattutto a voi diciamo che non esiste la festa della donna: esiste una celebrazione, una battaglia per opporsi alla più grande costruzione sociale mai esistita, per ribellarci ad una violenza che non conosce confini, ad una realtà vergognosa in un Paese che si dichiara civile, ma che vede la Donna sorda, muta e cieca davanti al mondo.




